Non basta la domanda. Per una politica ambientale dal lato dell’offerta

di Sebastiano Nerozzi e Giorgio Ricchiuti

Quando, ormai un po’ di anni fa, ci siamo seduti nei banchi del corso di politica economica, la prima distinzione che ci è stata insegnata è fra politiche di domanda e di offerta. Con le prime l’obiettivo è di guidare la domanda (appunto) di beni e servizi dei vari agenti economici (soprattutto i consumatori) mentre con le seconde, l’autorità di politica economica si concentra sulle imprese, agendo dal lato della produzione, l’offerta (appunto).

La tesi di questo breve scritto è che i movimenti ambientalisti si sono concentrati più sulle prime che sulle seconde. E questo ha avuto alcuni effetti perversi di cui occorre tener conto, per lo sviluppo e la proposizione delle politiche di transizione ecologica.   

Prendiamo per esempio le produzioni del settore agro-alimentare. Le politiche, in questo caso, si sono più concentrate   su come gli agenti percepiscono il consumo di beni (biologici o comunque a basso impatto) piuttosto che sull’imposizione di standard minimi per tutti i produttori (inclusi quelli non biologici).  E spesso però queste strategie sono state suggerite con campagne di comunicazione che fanno leva soprattutto sul senso di responsabilità delle persone, sul desiderio di consumi più sani, e sulla loro sensibilità per le questioni ambientali.

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Si tratta di un approccio corretto, ma, che a nostro avviso, presenta dei limiti e anche delle possibili controindicazioni. Esso, infatti, non è stato sufficiente a indurre una accettazione abbastanza ampia e consapevole di uno stile di vita più “green” ed ha, invece, prodotto tre risultati    poco desiderabili.

Il primo è una polarizzazione fra chi crede ferventemente ad una visione di rispetto della natura e chi invece esprime un chiaro disinteresse o addirittura un fastidio per le continue campagne di informazione e di marketing alle quali è sottoposto. Questi ultimi, cogliendo l’ampiezza e la complessità dei problemi, reagiscono rivendicando la razionalità di un comportamento volto a massimizzare il proprio benessere qui ed ora, lasciando alla politica e alle generazioni future il compito di risolvere questioni che sfuggono al proprio controllo di cittadini e consumatori. Questi atteggiamenti molto diffusi rivelano, a nostro avviso, un più generale problema delle politiche di domanda volte al cambiamento di preferenze e abitudini: esse necessitano di tempo per esser assorbite e potrebbero, addirittura, creare un effetto di saturazione.

Un secondo elemento che ci preme mettere in evidenza è la diversa disponibilità a pagare fra i cittadini per beni “ambientalmente compatibili”, che porta le imprese a discriminare i consumatori sulla base del prezzo. Questa è una strategia commerciale ben chiara, che permette alle imprese di massimizzare i propri profitti facendo pagare ai consumatori per uno stessa tipologia di bene un prezzo diverso a seconda di particolari caratteristiche di quest’ultimo. Una mela viene pagata ad un prezzo più alto se prodotta a km zero e/o con tecniche di produzioni naturali. Il problema è che la mela “più lontana”, ambientalmente ritenuta “più sporca”, non sparisce dal mercato ma viene ugualmente venduta ad un prezzo più basso. Emerge quindi un trade-off fra reddito del consumatore e scelta green: solo un reddito relativamente alto permette di fare scelte di consumo integralmente green; i consumatori meno ricchi devono concentrare le loro scelte su pochi beni e quelli più fragili, sottoposti come tutti alle continue campagne pubblicitarie per l’acquisto di beni “eco-responsabili” che non possono permettersi, sviluppano spesso un senso di frustrazione che può spingerli ad abbracciare posizioni eco-scettiche.

Un terzo elemento riguarda i comportamenti delle imprese: per intercettare la parte più appetibile del mercato, esse possono mascherarsi da imprese green, lanciando alcuni prodotti green e investendo sul marketing senza modificare in modo sostanziale i loro comportamenti inquinanti nell’insieme della loro catena produttiva. E’ il cosiddetto greenwashing, il quale ha tanto più successo quanto più soddisfa il desiderio del consumatore moderatamente green di sentirsi a posto con la propria coscienza, anche senza cambiare in modo radicale le sue abitudini. Altra strategia per le imprese è quella di mascherare il proprio comportamento inquinante con “attività compensative”, come la piantumazione di alberi al costo di un piccolo sovrapprezzo, che migliorano la propria “brand reputation” senza cambiare alcunché di sostanziale nei processi produttivi. L’effetto complessivo è la non riduzione delle produzioni “sporche” che emerge anche dall’analisi dei dati: a fronte di tante campagne green da parte di governi e imprese, i processi di deterioramento dell’ambiente a livello globale continuano.   

Ai limiti delle politiche dal lato della domanda occorre naturalmente rispondere puntando con più decisione su politiche dal lato dell’offerta, che inducano tutte le imprese a intraprendere una transizione profonda verso una produzione più attenta a ridurre le produzioni dannose per l’ambiente. Come? Sicuramente innalzando gli standard produttivi attraverso una regolamentazione più stringente e generalizzata, che porti a riduzioni dell’impatto ambientale di tutta la produzione, indipendentemente dalle scelte dei consumatori, senza creare discriminazioni sulla base della capacità di spesa e limitando seriamente il campo del greenwashing.

Questo approccio, certamente più ambizioso, naturalmente sposta una parte più consistente dei costi dai sonumatori alle imprese e genera resistenze ed obiezioni: l’argomentazione più diffusa è che politiche di questo tipo avrebbero l’effetto di innalzare i costi di produzione, riducendo la competitività delle imprese a livello internazionale.

Da questo punto di vista i governi hanno un ruolo importante da svolgere non solo come regolatori ma anche come produttori di beni e servizi per tutto il sistema economico, perseguendo principalmente tre obiettivi. Il primo è quello di realizzare politiche che riducano i costi delle imprese a fronte di un loro maggiore investimento per la conversione ecologica: primo fra tutti il costo dell’energia, i costi di transazione legati alla burocrazia e/o all’incertezza fiscale. Per esempio incentivando le produzioni che riducono le emissioni e il consumo di materie prime, spingendo le imprese a ridurre i costi per l’energia diventandone esse stesse produttrici (vedi lo sviluppo di comunità energetiche). Il secondo obiettivo è investire nella ricerca di base, agevolando dunque le imprese nello sviluppo di beni e processi a minore impatto ambientale. Terzo obiettivo è quello di imporre a livello internazionale il rispetto di standard ambientali adeguati, proprio per scongiurare la concorrenza dei paesi in cui la legislazione ambientale è più permissiva o i controlli sono meno rigidi.

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C’è un ultimo aspetto che vogliamo sottolineare: le due tipologie di politiche, quelle dal lato della domanda e dal lato dell’offerta, non sono alternative ma complementari. Prendiamo la legge sul vuoto a rendere. Da una parte i consumatori devo essere spinti a recuperare i vuoti, dall’altra le imprese a sostituire quanto più possibile contenitori a perdere con quelli a rendere. In una visione ecologica del sistema economico, domanda e offerta non possono esser viste separatemene, ma devono coevolvere, riportando tutto il sistema economico a sincronizzarsi con i processi naturali nei quali è inserito e integrato.

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Data di pubblicazione: 7 Gennaio 2022

Autore: Redazione

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