Memorie dal sottobosco. Intervista a Tommaso Lisa

Abbiamo intervistato l’autore del romanzo entomologico “Memorie dal sottobosco”, da poco pubblicato da Exorma edizioni.

Ecologista e autore eccentrico, Tommaso Lisa ci racconta come è nato il suo libro e come stanno gli insetti da queste parti del pianeta. Chi volesse ascoltarne dei brani può partecipare il 9 Settembre al Festival Voci Lontane Voci Sorelle presso PIA, Palazzina Indiano Arte, in fondo al Parco delle Cascine alle 17:00.

Ecoló. Ciao Tommaso, grazie per la tua disponibilità a rispondere alle nostre domande.
Un insetto è il protagonista di “Memorie del sottobosco”. Spesso considerati disgustosi o fastidiosi, perché gli insetti sono interessanti per te?

Tommaso Lisa. Lo sono fin dalla mia infanzia. Specialmente le chitine dei Coleotteri e i tegumenti dei Lepidotteri. Ho iniziato collezionando le specie più appariscenti per forma e per colore e l’interesse si è poi evoluto col tempo, specializzandomi nella famiglia dei Cicindelidi, i feroci “insetti tigre”. Tutto è iniziato con la mostra “Tre quarti di terrore” tenutasi al Forte di Belvedere penso nel 1981, una di quelle esposizioni divulgative e anche sensazionalistiche, con ragni e scorpioni a far da contorno, oltre a farfalle tropicali, che ovviamente colpirono la fantasia di un bambino. Sono uscito da lì, era primavera, e col cappello provai a prendere la prima cavolaia, la comune Pieris napi. Vi riuscii e mio padre, che già aveva una certa propensione alla raccolta e all’interesse per le forme della natura, mi aiutò, regalandomi teche, stenditoi, libri. Però non ne ho fatto il mio oggetto di studio universitario e non è diventata una professione. Ciò ha contribuito a lasciare intatta ancora oggi la passione giovanile. Una volta esaurito il piacere tassonomico e collezionistico avrei voluto approfondire quello ecologico e sistemico, ma a fine anni Novanta non si era ancora sviluppato l’interesse per questi aspetti. Per molto tempo ho anche allevato insetti e farfalle. Ma pur di non finire in un laboratorio a fare analisi specifiche sulla lotta integrata a fini agronomici, ho preferito mantenere una visione d’insieme, da dilettante, senza piegarla all’utile. I miei studi sono stati quindi umanistici, filosofici, prevalentemente di estetica in relazione alla poesia contemporanea, al simbolismo degli oggetti. Così dopo anni di latenza, in cui l’interesse per la collezione si era affievolito, sono tornato a studiare gli insetti indagando gli scrittori che si sono occupati di loro. Da Fabre a Nabokov, da Ernst Junger al nostro Guido Gozzano, passando per le poesie sulle farfalle di Hermann Hesse. Si è aperto un nuovo mondo, una ricerca con un orizzonte molto vasto ma al contempo coordinate assai precise. Considerare gli insetti come fastidiosi e disgustosi è l’emblema del rimosso e del senso di colpa di certa cultura, spesso formata su moralismi cattolici, che colpevolizzano il diverso ed escludono la varietà in nome di un fine cui uniformarsi. Ogni forma di vita, anche la più fastidiosa e apparentemente inutile, si è evoluta in maniera complessa e relazionale in base a ciò che il sistema gli ha consentito ed ogni forma naturale è necessaria all’equilibrio tra le varie parti.

Ecoló. Che cosa ci vuole raccontare il coleottero protagonista del tuo romanzo?

TL. Ci racconta la molteplicità dei punti di vista, dei piani di percezione e delle dimensioni possibili. Il Diaperis boleti, il Coleottero della famiglia dei Tenebrionidi di cui parlo nel libro, è una alterità irriducibile, una sorta di monade leibniziana. Ma che si muove in un mondo spinoziano: Deus sive natura. Non è possibile “essere” quell’insetto, come non è possibile essere altro da noi, dal nodo di relazioni linguistiche e sensoriali che struttura ciò che chiamiamo io. Quindi il coleottero racconta, in maniera mediata, lo svolgimento di queste relazioni tra me e lui, la trama di ricordi, di percezioni, di segni e di legami che tra me e quella forma si è creato nel corso del tempo. Il coleottero mi racconta di quando lo ho visto per la prima volta nel legno di un tronco, tra i funghi polipori di cui si nutre, dell’odore e del colore suoi specifici, che mi hanno segnato nel ricordo.

Ecoló. Quanto c’è di te ragazzo nel co-protagonista del romanzo?

Autoritratto di Tommaso Lisa (sotto forma di scarabeo)

TL. Il libro più che un romanzo è un memoir, un racconto diaristico, in prima persona, di un “piccolo fatto vero”, qualcosa di realmente accaduto, al quale si sommano nel montaggio diversi tasselli saggistici, alcune divagazioni entomologiche. Il co-protagonista quindi sono io, con un bovarismo esagerato, in ogni dettaglio: ciò che racconto è, per quanto la finzione della scrittura lo consenta, accaduto realmente.

Ecoló. Di lavoro sei assicuratore, ti occupi di insetti, hai un dottorato in letteratura… Ci racconti come sei arrivato fin qui?

TL. Ho anche praticato la disciplina agonistica dei quattrocento e degli ottocento metri per oltre venti anni, ad un discreto livello, ma sono anche un grande appassionato di ingegneria ferroviaria, in particolare di storia del trasporto su rotaia nel secolo scorso. Sono anche un padre, a mia volta, e cerco di seguire ogni passione che anima mio figlio di dieci anni. Adesso per esempio lo sto aiutando a realizzare dei fumetti. Ma abbiamo costruito modelli di navi, di aerei. Potrei interessarmi a qualsiasi cosa, purché ne abbia il tempo e ci sia la facoltà di tessere un discorso tecnico, una ricerca che metta in relazione le parti. Tutto è collegato nella vita e la mia insofferenza è proprio verso una certa settorializzazione professionale. Il lavoro di assicuratore, quando perde di vista il principio mutualistico che sta alla base ed è finalizzato esclusivamente alla massimizzazione degli utili, alla difesa della proprietà privata, può essere un vero strazio. Non sono arrivato da nessuna parte perché, più passa il tempo, più vedo che l’idea che vi sia una fine, un obiettivo verso cui tendere, è una illusione fittizia, fallace.

Il tavolo di lavoro di Tommaso!

Ecoló. Gli ecologisti e gli scienziati sono in qualche modo riusciti a far passare il messaggio che siamo all’inizio di una terribile crisi climatica, quello di cui si parla molto meno invece è la riduzione della biodiversità che in molti ritengono un problema altrettanto e forse più importante, sei d’accordo?

TL. Il mondo è in “crisi” ogni volta che ci fermiamo a meditare su cosa sta accadendo: è il pensiero stesso che genera la crisi. Vi sono dei processi in atto. Non si tratta di essere d’accordo o meno. Siamo all’inizio di un cambiamento climatico, è un dato di fatto, come non c’è dubbio che l’attività umana di predazione, sfruttamento e stravolgimento degli ambienti naturali stia portando alla distruzione di ecosistemi, all’estinzione molte specie, riducendo la biodiversità. In merito al clima, i cambiamenti sono indotti o accelerati dall’attività umana. In passato vi sono stati anche cambiamenti più grandi di quello in corso, stravolgimenti epocali comunque riequilibratisi nel corso dei secoli o millenni. Non del tutto correlato al clima è il tema del drenaggio capitalistico delle risorse naturali. L’economia capitalista, concentrando il problema sul clima e la riduzione di emissioni di anidride carbonica, trasforma alcuni processi senza mettere in discussione la struttura della macchina produttiva. Le energie rinnovabili sono l’unica soluzione possibile, in particolare l’energia solare, ma non rappresentano un vero cambio di paradigma, se mettere a rendita e creare plusvalenza con uno sviluppo illimitato resta l’obiettivo. Anche se ideassimo un modo per sfruttare senza alcun dispendio l’energia solare resterebbe comunque insostenibile l’accelerazione del processo produttivo. Finché la specie umana non esce dall’idea di uno sviluppo illimitato non ci sarà possibilità di salvaguardare specie e ecosistemi nella loro alterità ontologica, prelinguistica. Mal tollero l’idea che certi esseri viventi meritino di essere tutelati solo se messi a rendita in un discorso economico. Credo vi sia un valore che va oltre il mero calcolo del rapporto costi-benefici. Un valore, “altro”, letteralmente non addomesticabile. La riduzione della biodiversità non è di per sé un problema: forse potremmo come specie umana sopravvivere anche in un mondo progettato come un rendering, asettico, con solo un numero ristretto di specie utili alle esigenze pratiche. La domanda dovrebbe essere forse riformulata chiedendoci quanto perderemmo della nostra identità, della nostra complessità di pensiero e di cultura privandoci della possibilità di relazionarci con la varietà di forme viventi non soggiogate all’utile economico.

Ecoló. Non sei un topo da biblioteca. Percorri i nostri giardini e i nostri boschi a passo lento o di corsa. Qual è la situazione della nostra regione e della nostra Firenze? Come sta la nostra popolazione degli insetti?

TL. Bisogna domandarci come sta la popolazione di determinate specie di insetti. Da una parte le statistiche registrano una diminuzione globale della biomassa entomologica, ma personalmente non ho strumenti per contare il numero di moscerini o di mosche… Alcune specie molto resistenti e invasive, che riescono ad adattarsi facilmente, proprio grazie all’intervento antropico, hanno trovato terreno fertile per riprodursi: non c’è dubbio che blatte, mosche e zanzare prolifereranno in un futuro distopico. La situazione è tragica invece per tutte quelle specie più fragili e legate ad ecosistemi circoscritti che vengono quotidianamente distrutti in nome del progresso e della sicurezza. La bonifica programmata di zone umide, lo smaltimento di ceppaie marcescenti, l’eradicazione di boschi spontanei, dei terreni incolti, oltre alla fine della coltivazione manuale di piccoli orti, assieme alla frammentazione del suolo dovuta alla cementificazione, al diffondersi uniforme dello “sprawl”, rischia di eliminare definitivamente molte specie. Ciò che mi fa molto soffrire è la voluta, programmatica eliminazione operata con mezzi industriali e meccanizzati – da parte di chi adesso gestisce il territorio – di tutto ciò che è spontaneo, l’idea di “gestire” il verde come se fosse una piantagione, una aiuola. Soffro molto l’assenza di campagna, l’eradicazione di ciò che non è prettamente “urbano” dalla vita quotidiana. L’esistenza si fa asettica e anche vedere un macaone o un’ape diventa, in certi luoghi della città, letteralmente impossibile.

Tommaso

Ecoló. Cosa pensi che dovrebbero fare le istituzioni per riportare il nostro ecosistema locale in equilibrio? Quali sono le scelte che invece andrebbero assolutamente evitate?

TL. Credo che le istituzioni non dovrebbero fare niente per riportare il nostro ecosistema in equilibrio. Fare il meno possibile, dando agli ecosistemi la possibilità di riequilibrarsi omeostaticamente, coi tempi che la natura richiede, che non sono quelli dell’economia. Ogni volta che una istituzione umana vuole assurgere a giudice di ciò che è giusto o sbagliato compie una violenza, aggiungendo danno al danno. Che si lasci la natura fare il suo corso. Ogni interferenza, ogni correttivo apportato a livello industrializzato, meccanizzato, scientificamente mirato – ossia istituzionalizzato appunto – credo che sia da rigettare. Piantare alberi di vivaio come se fossero coltivazioni intensive non risolverà certo il problema climatico. In una società utopistica, tante aree edificate dovrebbero essere demolite e riportate a verde incolto – la friche di cui parla Gilles Clement – e a ciascun cittadino dovrebbe essere assegnato un lotto di terra da curare manualmente, in modo tradizionale, così da avere una autosufficienza energetica e alimentare. Ma purtroppo in passato anche tali “ritorni alla terra” non hanno dato buoni frutti. Il ritorno alla terra è un tema purtroppo appannaggio della cultura reazionaria, se non di destra; andrebbe aggiornato nel senso di jus soli e del fatto che la terra dovrebbe essere di chi se ne prende cura in senso ecologico, perché la natura è un bene comune. Mi augurerei almeno un impegno immediato a non consumare più un centimetro quadro di terreno incolto, a riportare a verde tutti i terreni urbani dismessi (demolendo vecchie fabbriche, caserme, edifici fatiscenti) e mettere subito al bando tutti i pesticidi, gli erbicidi e i fertilizzanti chimici sul territorio.

Ecoló. Cosa pensi della politica ecologista in Italia? Cosa manca? Cosa sarebbe utile ci fosse?

TL. Gli ecologisti in passato si sono chiusi su posizioni strettamente conservative, rescindendo – anche giustamente – i legami con la logica dell’utile, e perdendo quindi consenso. I nuovi ecologisti pensano invece di risolvere i problemi piantando parchi eolici, foreste industrializzate, tornando magari al nucleare. Per sua costituzione la politica deve mediare e cercare consenso e finché la mediazione e il consenso vengono indirizzati da logiche di sfruttamento illimitato delle risorse e del territorio ci sono poche prospettive. Manca una cultura scientifica. In questo paese gli insetti vengono appunto considerati dalla maggior parte delle persone come disgustosi o fastidiosi. Sarebbe utile ci fosse più consapevolezza di sé e degli altri esseri viventi, della complessità della natura. In definitiva credo sia utile ci sia più cultura, una scuola che insegni meglio la complessità della vita, che insegni la meditazione e lo sviluppo del pensiero, il confronto e l’approfondimento, l’apertura al diverso. Finché invece l’obiettivo resta quello di accelerare il consumo e velocizzare lo sfruttamento delle risorse non prevedo niente di buono.

Ecoló. Cosa ti aspetta ora? Progetti un altro romanzo? Continuerai a studiare gli insetti? O esplorerai altre direzioni di ricerca?

TL. Continuo a scrivere, rendicontando narrativamente i risultati delle mie ricerche entomologiche. Ciò potrebbe dare vita a diversi altri progetti editoriali, che prenderanno forma solo se vi sarà un pubblico di lettori interessato ai temi che tratto. La mia ricerca continua, infinitamente, anche come “contemplatore solitario”.

Ecoló. Grazie e a presto!

Ecologia Wild Life

Data di pubblicazione: 31 Agosto 2021

Autore: Redazione

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