Cittadinanza onoraria a Francesca Albanese



La proposta di conferire la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è una proposta che prendiamo sul serio. Non ci viene chiesto di provare simpatia personale, né di schierarci in un dibattito mediatico semplificato. Ci viene chiesto di stabilire se una figura che, nell’esercizio di un mandato delle Nazioni Unite, ha documentato violazioni gravissime del diritto internazionale nei territori occupati palestinesi, meriti che Firenze riconosca il valore del suo lavoro

Francesca Albanese è la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, nominata dal Consiglio per i Diritti Umani nel 2022. È una figura indipendente che, per mandato, deve leggere ciò che accade attraverso le categorie del diritto internazionale – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio – e indicare agli Stati i propri obblighi.

Nel suo incarico ha prodotto, tra gli altri, due rapporti di grande rilievo:

  • “Anatomy of a Genocide” (marzo 2024), in cui conclude che esistono “fondati motivi per ritenere” che a Gaza sia stata raggiunta la soglia del crimine di genocidio, dopo decine di migliaia di morti – migliaia dei quali bambini – e la distruzione sistematica di infrastrutture civili.
  • “From economy of occupation to economy of genocide” (giugno 2025), in cui analizza in dettaglio come imprese industriali, tecnologiche e finanziarie (amazon, microsoft, etc) contribuiscano materialmente e finanziariamente al sistema di occupazione e alla guerra, traendone profitto. Il rapporto indica responsabilità precise e chiede sanzioni per queste forme di complicità.

Se parliamo di Albanese, dobbiamo partire da qui: da un mandato giuridico preciso e dall’esercizio rigoroso che ne ha fatto. Non dalle polemiche dei social, non dalle frasi estrapolate a comando e messe in pasto ai media.

Una città non è un tribunale, ma una città può – e deve – riconoscere il lavoro di chi difende principi che essa stessa assume come propri: la centralità della persona, il valore universale delle vite e della pace la prevalenza del diritto sui rapporti di forza.

Il lavoro di Albanese tocca tre questioni fondamentali:

  1. Israele è colpevole di genocidio.
    Il diritto internazionale distingue tra crimini di guerra/crimini contro l’umanità e genocidio. Nel primo caso gli Stati possono intervenire; nel secondo hanno un obbligo giuridico inderogabile, sancito dalla Convenzione del 1948. Parlare di genocidio, quando vi sono elementi, non è retorica: è un atto giuridico che attiva responsabilità. Albanese ha compiuto esattamente questo passo denunciando nel marzo 2024 – con più di 30mila persone uccise – che c’erano fondati motivi per rietenere che Israele stesse commettendo un genocidio.
  2. Il genocidio non è perpetuato solo da Nethanyou, ma da una rete di Stati e organizzazioni complici
    L’idea che filiere produttive globali – tecnologiche, militari, finanziarie – alimentino e rafforzino la guerra non è più uno slogan militante: è l’oggetto di un rapporto ONU che documenta nomi, flussi e meccanismi di profitto. Oltre a questo il rapporto che documenta che il genocidio non sarebbe potuto continuare senza il sostegno diplomatico, militare, economico, e umanitario.

Riconoscere Albanese non significa “prendere posizione contro una comunità religiosa”. Significa affermare che è legittimo – e necessario – criticare le politiche di uno Stato, anche quando quello Stato si definisce ebraico. Albanese è dichiaratamente antisionista: contesta che uno Stato etnico, definito su base nazionale-religiosa, possa garantire uguaglianza giuridica in un contesto di occupazione e di espulsione storica di un altro popolo.
Per una parte dell’ebraismo – soprattutto quello più legato al paradigma dello Stato-nazione – questa critica viene percepita come antisemita. Equiparare antisionismo e antisemitismo significa cancellare questa pluralità, e confondere la critica a un progetto politico con l’odio verso un popolo. Una confusione che non aiuta né la lotta contro l’antisemitismo reale, né la comprensione delle dinamiche coloniali.  Lo diciamo noi? No, un fronte crescente di studiosi ebrei, di attivisti e di organizzazioni israeliane per i diritti umani che condividono diagnosi analoghe: pensiamo a Raz Segal, a molte ONG israeliane, alle decine di studiosi di genocidio e diritto internazionale che hanno parlato apertamente di rischio genocidario.

Mentre nel Sud globale il linguaggio del colonialismo, dell’apartheid, dell’antisionismo fa parte di una grammatica politica consolidata, in Europa una parte dei partiti liberali continua a ragionare all’interno del paradigma dei primi anni Novanta, quello dei “due Stati”, considerato da molti studi ormai impraticabile per ragioni di fatto: frammentazione territoriale, colonie, muri, sistemi legali differenziali.Così, chi parla con il linguaggio del Sud globale viene percepito come “estremista”, anche quando utilizza categorie condivise da una parte rilevante della comunità accademica e della comunità politica del Global South. Siete in ritardo sul mondo.

Le critiche rivolte ad Albanese non sono marginali. Israele l’ha dichiarata persona non grata; gli Stati Uniti l’hanno colpita con sanzioni personali, accusandola di antisemitismo e di ostilità verso gli alleati occidentali, soprattutto dopo il suo rapporto sull’“economia del genocidio”.

Che cosa significa tutto questo?

  • Significa che una funzionaria ONU viene punita non per aver superato il mandato, ma per averlo preso sul serio.
  • Significa che chi collega apertamente diritto internazionale, genocidio e responsabilità di Stati e imprese può diventare bersaglio di misure economiche e personali.

Quanto alle sue frasi meno felici, è giusto riconoscerle. Ma non possiamo ridurre tutto a questo. Sarebbe, ancora una volta, guardare il dito e non la luna. Il suo posizionamento rimane chiaro: condanna ogni violenza contro civili, riconosce il crimine di Hamas e, al tempo stesso, documenta quella che una parte consistente della dottrina considera una politica genocidaria.

Perchè lei per la cittadinanza?:

  • Perchè mentre chi aveva una voce potente è stato zitto per troppo tempo, lei ha iniziato a denunciare da subito il disegno genocidario di Israele
  • è stata sanzionata da una potenza alleata per aver indicato responsabilità di Stati e imprese in un contesto che definisce genocidario;
  • viene descritta come estremista, mentre le sue analisi si collocano in un filone ampio che include studiosi di genocidio, giuristi internazionali, organizzazioni israeliane e settori dell’ebraismo diasporico;
  • è al centro di un tentativo esemplare di disciplinamento: mostrare che chi collega genocidio, colonialismo e profitto può essere isolato e punito.

In questo quadro, la cittadinanza onoraria non è un premio di simpatia.Non dobbiamo commentare tutte le sue parole, non stiamo avviando un processo di beatificazione. Stiamo cercando di dare riconoscimento e forza alla parte del mondo che non vuole voltarsi dall’altra parte e chiede pace, giustizia ed autodeterminazione per il popolo palestinese.

Firenze geopolitica

Data di pubblicazione: 3 Dicembre 2025

Autore: Redazione

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