Più spazi democratici per la transizione ecologica giusta

di Caterina Arciprete

Lo scorso dicembre, l’Americal Political Science Review, un’importante rivista accademica americana, ha pubblicato un articolo dal titolo “Political legitimacy authoritarianism and climate change”. L’autore sostiene che nelle situazioni di emergenza può esservi un conflitto tra: (i) la capacità dello Stato di proteggere il cittadino ed (ii) il mantenimento dei diritti tipici di una democrazia liberale. In tal senso, le limitazioni imposte per fronteggiare la pandemia da Covid-19 rappresentano un esempio illustrativo. L’autore sostiene, poi, che i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia di gran lunga peggiore rispetto alla pandemia in quanto metteranno a rischio la vita non solo dei cittadini di oggi, ma anche delle prossime generazioni. Nel futuro, quindi, la necessità di fronteggiare situazioni di emergenza legate ai cambiamenti climatici potrebbe condurre ad uno scenario in cui l’unico Stato in grado di affrontare la crisi climatica è uno Stato autoritario. L’autore conclude dicendo, che se questo non è auspicabile, è purtuttavia una possibilità da non scartare se la posta in gioco è quella di salvare il mondo e le generazioni future.

La domanda che ci poniamo in questo articolo è quindi la seguente: se la crisi climatica conduce ad una situazione di emergenza permanente, siamo disposti ad accettare uno “stato di eccezione”? Ovvero uno Stato in cui sono sospese alcune garanzie costituzionali al fine di rispettare il principio di giustizia intergenerazionale? Cosa ci sta insegnando la gestione della pandemia a tal riguardo?

Può aiutare ad orientarsi nella discussione un breve aneddoto storico citato da Gianfranco Pellegrino per introdurre il tema dello stato di eccezione.

La Mignonette, una piccola imbarcazione da diporto, partì il 19 maggio del 1884 dalla Gran Bretagna alla volta dell’Australia, su incarico di un magnate australiano che l’aveva acquistata. L’equipaggio contava quattro persone. La nave affondò il 5 luglio e i quattro trovarono riparo su una scialuppa. Chi li trasse in salvo tra il 26 e il 27 di luglio, però, trovò solo tre sopravvissuti, che vennero processati per l’uccisione e il cannibalismo del quarto membro dell’equipaggio. La pena di morte venne subito commutata a sei mesi, per effetto dell’opinione pubblica favorevole agli imputati.

Ovviamente questo racconto non corrisponde alla situazione che stiamo vivendo oggi, ma nella sua efferatezza descrive bene la tensione che può venirsi a creare tra necessità di mantenere i principi democratici e la necessità di proteggere i cittadini. L’aneddoto sembra dire che la giustizia “normale” valga in condizioni normali, non in quelle “eccezionali”. L’eccezionalità, dunque, sembrerebbe giustificare l’adozione di regole “diverse”. L’aneddoto dà, inoltre, lo spunto per analizzare alcuni elementi importanti.

  • METODO: non sappiamo – nel caso della Mignonette – come i marinai siano giunti alla decisione di uccidere una persona per consentire alla maggioranza dell’equipaggio di sopravvivere. Possiamo immaginare due modi. Nel primo, 3 marinai si mettono silenziosamente d’accordo e decidono di uccidere il quarto marinaio. Nel secondo, i 4 marinai – consapevoli che non avrebbero potuto sopravvivere tutti e 4 – tirano una moneta che decreterà chi tra loro sarà sacrificato. Se entrambe le situazioni descritte portano al medesimo risultato, il metodo diventa determinante per attribuire legittimità politica all’operazione. Se guardiamo alla pandemia il continuo ricorso ai D.P.C.R. con il conseguente depotenziamento del ruolo del parlamento ha rappresentato un vulnus democratico difficilmente sanabile.
  • EFFICACIA delle misure. Nell’esempio della Mignonette, la misura è stata efficace in quanto ha effettivamente garantito la sopravvivenza degli altri 3 marinai. Durante la pandemia abbiamo assistito a misure di indubbia efficacia, come il confinamento, ma anche a misure la cui efficacia è oggetto di ampia discussione (es. l’introduzione del super green pass)
  • COSTI delle misure. La pandemia ha portato ad un aumento delle disuguaglianze. I dati Eusilc mostrano che le categorie più colpite sono stati i giovani. Il ricorso alla DAD ha aumentato la forbice tra i bambini appartenenti a famiglie agiate e famiglie svantaggiate (Agostinelli et al., 2020), mentre la pressione dell’emergenza sanitaria sul settore ospedaliero ha portato ad una riduzione dei servizi sanitari offerti (Osservatorio Gimbe, 2021) che è verosimile abbia avuto un impatto più forte per quella fascia di popolazione che non ha potuto rivolgersi al sistema privato.

La gestione della pandemia ci permette, poi, di provare ad affrontare un’altra tematica: in emergenza pandemica la popolazione ha accettato alcune misure estremamente forti e restrittive come il confinamento e il divieto di aggregazione. Sarebbe dunque disposta a rinunciare a possibilità che oggi reputa scontate (ad esempio la possibilità di mangiare carne da allevamento intensivo) con l’obiettivo di salvaguardare il pianeta e rispettare il principio di giustizia intergenerazionale?

In questo senso, la crisi climatica ha alcune differenze fondamentali con l’emergenza pandemica:

  1. Affrontare l’emergenza pandemica significa cercare un ritorno alla normalità, tornare indietro. Affrontare la crisi climatica significa fare la transizione: passare da un modello ad un altro che ad oggi non esiste.
  2. Nell’emergenza pandemica i sacrifici sono accettati, da un lato perché sono visibili i costi dell’inazione (in termini di vite umane), dall’altro perché le misure sono di natura emergenziale, ovvero si ha la consapevolezza che dureranno per quel lasso di tempo (2 mesi? 6 mesi?) che sarà sufficiente per riuscire a governare la pandemia e tornare ad una situazione di normalità. Nella crisi climatica, questo non avviene: seppure sempre più ogni anno vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici, i veri vantaggi delle misure di oggi li vedranno le generazioni future. In altri termini, chi oggi si “sacrifica” lo fa per chi viene dopo o per chi si trova nelle aree del mondo che prima di altre stanno vivendo i catastrofici effetti dei cambiamenti climatici.

In conclusione, cosa impariamo dalla gestione dell’emergenza pandemica rispetto alla crisi ambientale?

Che trattare la crisi ambientale in ottica emergenziale potrebbe portare a strette autoritarie, minore trasparenza e fretta decisionale (Amnesty) e che ciò si potrebbe ripercuotere sul livello di coesione sociale di una comunità. Come si fa a costruire un consenso politico intorno a misure impopolari quando l’emergenza è ancora scarsamente percepita ed i risultati delle misure saranno apprezzati in misura prevalente dalle future generazioni?

La pandemia mostra che siamo in grado di affrontare delle misure “impopolari” quando ne capiamo il senso profondo, quando sappiamo che siamo dentro un processo “giusto” capace di distribuire i costi in modo equo. La sfida è rendere desiderabile quello che oggi risulta “impopolare”. Non ci sarà nessuna transizione senza che vi siano gli spazi democratici in cui si possa coltivare un consenso intorno alle grandi trasformazioni necessarie.

Anche per questo, il 5 Febbraio a Firenze, c’è stata l’Assemblea Ecologista promossa da Ecoló insieme ad altre importanti realtà ecologiste italiane.

https://www.assembleaecologista.org/
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Data di pubblicazione: 11 Febbraio 2022

Autore: Redazione

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