Transizione energetica: gas sì o gas no?

Complice la crisi climatica che stiamo vivendo e la necessità di ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili si parla sempre più di transizione energetica. Per fare ciò ci sono studi e articoli che teorizzano la possibilità di arrivare a una produzione energetica che sia al 100% derivante da fonti rinnovabili entro il 2050 (note 1 e 2). 
L’obiettivo di andare verso le rinnovabili trova spesso convergenza. Diventa spesso tema di discussione e confronto invece quale debba essere il ruolo del gas naturale in questo percorso, con divisioni tra chi sostiene che per una transizione radicale debba essere abbandonato fin da oggi e chi invece ritiene necessario continuare a investirci, essendo il “meno” inquinante tra i combustibili fossili, con tecnologie consolidate e necessario proprio per portare avanti la transizione verso fonti più pulite.
Da questo dibattito emerge anche una riflessione sul ruolo dello Stato in tale percorso, considerando, tra le altre cose, la presenza di azioni pubbliche per circa il 30% in ENI, attiva nella ricerca e sfruttamento di idrocarburi, come è stato messo in evidenza da Greenpeace e Re:Common in merito a un progetto di estrazione e liquefazione di gas naturale nell’Artico (nota 3).

“Energiewende – Energy transition” by florianric is licensed under CC BY-SA 2.0


Per provare ad entrare nel merito della questione ne parliamo con Ivan Manzo, giornalista ambientale facente parte del Segretariato di ASviS.

Ecoló: Ciao Ivan, intanto ti ringraziamo per la tua disponibilità a discutere insieme di un tema cruciale e dibattuto come questo. Vuoi raccontarci più in generale di cosa ti occupi?

Ivan Manzo: Dopo essermi laureato in economia dell’ambiente e dello sviluppo all’Università di Siena, spinto dalle mie passioni sui temi legati allo sviluppo sostenibile sono approdato nel mondo dell’informazione scientifica e ambientale. Attualmente faccio parte del Segretariato ASviS, lavoro sia in redazione e sia con i Gruppi di Lavoro sull’Agenda 2030 (sono referente del GdL sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile 6-14-15, rispettivamente “Acqua pulita e servizi igienico-sanitari”, “Vita sott’acqua” e “Vita sulla Terra”), e collaboro con una serie di testate tra cui Giornalisti nell’Erba, Ecofuturo e Tekneco.

Ecoló: A livello generale, considerando la necessità di una transizione energetica verso le rinnovabili, quale può essere secondo te un motivo per cui il gas naturale può essere utile e come.

IM: In una fase di transizione, come quella che stiamo vivendo, abbiamo bisogno di cambiare nel modo più veloce possibile il mix energetico a disposizione. Nonostante le tante pubblicità green che ci ‘bombardano’ quotidianamente attraverso i media, bisogna ricordare che ancora oggi circa l’80% dell’energia prodotta nel mondo proviene da fonti fossili. Un dato che parla da solo, e che ci fa capire la grandezza della sfida a cui siamo chiamati. Pur essendo anche il gas un combustibile fossile, in fase di combustione questo ha un impatto minore sul clima rispetto a carbone, che resta la forma più ‘sporca’ per produrre energia, e petrolio. Motivo per cui il gas deve essere utilizzato come elemento in grado di accompagnare la crescita esponenziale delle rinnovabili. Se invece pensiamo di farne la fonte energetica del futuro, stiamo di nuovo sbagliando tutto e, in un momento così delicato dove la comunità scientifica ribadisce che la finestra dell’azione per la lotta al cambiamento climatico si sta chiudendo, non possiamo permettercelo.

Ecoló: E quale invece un motivo per cui il gas naturale deve essere abbandonato il prima possibile e come farlo.

IM: Proprio per il motivo citato in precedenza. Stiamo parlando comunque di una fonte fossile che, sebbene in fase di combustione produca meno CO2 di carbone e petrolio, ha grossi impatti sul sistema climatico. Mi spiego. Prendiamo il metano, in genere questo per arrivare nelle nostre case deve essere prima trivellato o recuperato attraverso l’attività di “fracking”, poi spostato lungo i gasdotti, trasformato in liquido, traportato magari su una nave, rimesso in un gasdotto, ecc… Parliamo di un lungo processo. Durante questo processo si generano diverse perdite che, di fatto, liberano il gas in atmosfera. Ecco, attualmente il metano è meno presente della CO2 in atmosfera, ma dobbiamo ricordare che una molecola di metano (CH4) ha un “potere climalterante”, nel breve termine, di 72 volte maggiore della molecola di CO2.

Ecoló: Date le implicazioni del tema a livello globale, come vedi la posizione dell’Unione Europea in merito? Nel Green New Deal come è considerato il ruolo del gas?

IM: L’Unione Europea prima dell’esplosione della pandemia, grazie anche alla nuova Commissione guidata da Ursula Von der Leyen, ha puntato forte sul Green New Deal. Una decisione confermata anche attraverso la creazione del piano di ripresa post Covid-19. Basti pensare che il fondo Next Generation EU intende destinare il 37% delle risorse su transizione energetica ed ecologica. Obiettivo dichiarato dell’Unione è quello di essere neutrale da un punto di vista climatico al 2050, dove per neutralità si intende che il totale delle emissioni gas serra prodotte dal Continente saranno completamente assorbite dagli ecosistemi. Per questo si fa riferimento a “emissioni nette zero”. Sulla base dei piani attuali l’Europa, però, non è sulla buona strada. Secondo infatti uno scenario costruito dall’IRENA (International Renewable Energy Agency), per centrare l’obiettivo al 2050 l’energia rinnovabile deve raggiungere il 71% dell’offerta totale di energia, mentre il sistema elettrico deve essere alimentato per l’86% da fonti rinnovabili. Nel dibattito europeo il gas è diventato centrale ma non dobbiamo commettere l’errore di creare infrastrutture energetiche che per essere alimentate necessitano di un combustibile fossile, infrastrutture che poi dobbiamo tenerci per diversi anni e che rischiano di minare alla base l’ambizioso obiettivo europeo. Per esempio, negli ultimi tempi cresce il dibattito sul ruolo dell’idrogeno, tanto che molti analisti dicono che l’utilizzo di questa fonte esploderà nei prossimi dieci anni, anche perché incentivata dalle politiche europee. Ma di che tipo di idrogeno stiamo parlando? Perché tutt’ora nel mondo la quasi totalità dell’idrogeno, circa il 90%, viene estratta da fonti fossili. Per essere coerente l’Europa dovrà quindi puntare sulla crescita dell’idrogeno “verde”, lo è per esempio quello estratto da rifiuti, tenendo ben presente però che la forte espansione delle rinnovabili è la vera soluzione da mettere in campo.

Ecoló: In Italia invece, qual è al momento il ruolo dello Stato nella gestione della transizione energetica, alla luce anche del Piano Nazionale Energia e Clima?

IM: Il ruolo dello Stato è determinante per incentivare e accelerare la transizione energetica. Non possiamo, per esempio, pretendere di utilizzare i fondi europei per la transizione e continuare ogni anno a spendere 19 miliardi di euro l’anno in sussidi dannosi per l’ambiente. È un controsenso che va eliminato dal bilancio dello Stato. Il Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) è uno strumento fondamentale per guidare il processo di decarbonizzazione ed è una delle urgenze di cui questo governo dovrebbe occuparsi. Il nostro PNIEC non è infatti in linea con quanto deciso dall’Europa, e cioè il taglio del 55% delle emissioni climalteranti entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Inoltre negli ultimi tempi il Parlamento europeo si è espresso per un taglio al 60%, l’obiettivo Ue potrebbe quindi diventare ancor più ambizioso. Inoltre, Governo e Parlamento italiano devono approvare il prima possibile anche il Piano Nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico per mettere in sicurezza i territori martoriati dagli effetti della crisi climatica, che ha un sempre maggiore impatto sugli ecosistemi e sul nostro benessere. Abbiamo bisogno di coerenza tra politiche, e di una governance che si ispiri al concetto di resilienza.

Ecoló: A livello statale, negli ultimi anni, ci sono molte critiche anche in progetti infrastrutturali legati al gas naturale, come è stato per il TAP o più di recente per la metanizzazione in Sardegna. Cosa ne pensi?

IM: Un po’ sulla falsariga di quanto detto fino a ora: il TAP è strategico per la sicurezza energetica nazionale ed europea e per un futuro rinnovabile? È questa la domanda a cui bisogna dare risposta, senza perdere l’obiettivo reale che è il contrasto al cambiamento climatico e il mantenimento dell’aumento medio della temperatura terrestre entro i 2°C, limite consigliato dalla comunità scientifica per evitare i più gravi disastri imposti dalla crisi climatica. Quello che vedo io è che ci sono un po’ troppi “TAP” in giro per il mondo da costruire.

“High Pressure Gas Pipeline” by faul is licensed under CC BY 2.0

Ecoló: Ci rendiamo conto che il tema è complesso e riunisce aspetti tecnici, finanziari, ambientali e non solo. Forse l’aspetto cardine da cui partire però dovrebbe essere quello strategico, partendo dal fatto che come paese siamo fortemente dipendenti dall’estero per il nostro approvvigionamento energetico e, in qualche modo, il ruolo statale in ENI è oggi un fattore di competitività. Questo rischia di determinare un comportamento di ENI a due facce: immagine green e sviluppo di rinnovabili in Italia e continua crescita negli idrocarburi all’estero per mantenere redditività ma, se proviamo a guardare più avanti, con una visione di lungo termine, una transizione energetica che abbandoni completamente i combustibili fossili potrebbe diventare essa stessa un fattore di competitività per il futuro?

IM: La mia personale opinione è che se ENI vuole essere una risorsa per questo Paese deve operare una rapida e totale riconversione di tutti i suoi asset produttivi. Il tempo stringe, non si può continuare a basare la stragrande maggioranza della propria produzione sui combustibili fossili. Ricordo che l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’ente scientifico di supporto alla Conferenza ONU sul cambiamento climatico, in tal senso è stato chiaro: per vincere la sfida climatica bisogna lasciare l’80% dei combustibili fossili conosciuti sottoterra. E lo diceva in un suo rapporto nel 2012, quindi oggi la percentuale andrebbe rivista al rialzo. Il tempo è scaduto, l’azione non è più rimandabile.

Ecoló: In un’ottica di sviluppo sostenibile, le grandi aziende sono sempre più soggette a rendicontare le loro attività e i risultati raggiunti attraverso indicatori non finanziari, quali i parametri ESG (Environmental, Social and Governance). Come possono coniugarsi gli investimenti in progetti legati al gas naturale rispetto a percorsi di miglioramento secondo le nuove metriche di sostenibilità e in quali altri ambiti energetici si potrebbe invece investire?

IM: Se i progetti legati al gas sono quelli che contribuiscono alla decentralizzazione del sistema energetico e sono a impatto zero, allora si sposano perfettamente con questi criteri. Facciamo un altro esempio. Se l’idrogeno utilizzato, che quando viene bruciato emette solo vapore acqueo, è prodotto da elettrolisi dell’acqua o da rifiuti l’intero processo è privo di emissioni, e dunque di sicuro rappresenta un aiuto in termini ambientali. In generale, l’obbligo di rendicontazione non finanziaria per le imprese rappresenta un importante passo avanti per la sostenibilità aziendale, ma l’Italia ha sbagliato in passato a non estendere questo obbligo anche alle PMI. Un errore che si potrebbe correggere già nella prossima Legge di Bilancio. Perché parliamo di uno strumento che guida e aiuta le imprese a essere più virtuose, e perché nel corso degli ultimi anni si è capito che la sostenibilità non è un costo ma rappresenta un forte elemento di competitività. A conferma di ciò basta guardare i dati ISTAT. Secondo un’indagine del 2019 emerge che, a parità di condizioni, l’investimento in sostenibilità si traduce in un aumento di produttività del 15% per le aziende di grandissime dimensioni, del 10% per quelle grandi e del 5% per quelle medie. Inoltre, sempre l’Istat, ha certificato recentemente che le imprese che avevano investito in sostenibilità sono anche ripartite meglio dopo il lockdown.

Ecoló: Grazie del tuo tempo a presto!

Ecologia

Data di pubblicazione: 22 Gennaio 2021

Autore: Redazione

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